Affettività. Come viverla sempre meglio

Quella dell’affettività è una tematica spesso ricorrente in psicologia e più in generale nel parlare comune, che ci rimanda al mondo di emozioni e sentimenti.

affettività

L’affettività viene comunemente intesa come l’insieme di affetti positivi e negativi che contraddistinguono l’essere umano. Frustrazione, rabbia, tristezza, solitudine, gioia, soddisfazione, serenità, contentezza sono solo alcune delle emozioni e sentimenti che fanno parte della nostra affettività.

In genere con questo termine ci riferiamo inoltre al mondo di sentimenti ed emozioni rivolte alle persone più care e vicine. Non in riferimento a quanto provato in specifici momenti ma più in generale.

La visione storica dell’affettività

Nel corso dei secoli il termine affettività ha subito diverse trasformazioni di significato. Aristotele studiava in particolare gli affetti, come sentimento di benevolenza e vicinanza verso il prossimo. Un sentimento profondo, radicato ma non passionale o travolgente.

Gli stoici vedevano invece l’affettività come una componente essenzialmente negativa, in contrapposizione con la razionalità “dell’anima”. Gli affetti minavano la lucidità del pensiero.

Anche per Platone le affezioni erano dannose perché capaci di influenzare negativamente conoscenza e comportamento morale. Nella sua visione il comportamento buono si basa sulla conoscenza del vero e tale conoscenza veniva minacciata dalla dimensione affettiva.

S. Agostino diede di nuovo credito alle affezioni considerandole buone o cattive in base al loro essere influenzate dalla ragione.

L’affettività in psicologia

In ambito più prettamente psicologico l’affettività viene intesa come una macro-categoria che può contenere al suo interno emozioni e sentimenti sia positive che negative. Il mondo affettivo della persona inizia nelle prime fasi della vita, ancora nel grembo materno e poi dopo la nascita nelle continue interazioni che giorno dopo giorno vanno a creare legami e relazioni con le persone della nostra vita.

John Bowlby, nei suoi studi sull’attaccamento umano, ha spiegato molto bene quali siano le fasi che permettono al bambino di creare un sistema di attaccamento con la madre che, una volta interiorizzato, ci permette di vivere in armonia o meno con il resto del mondo.

Essenzialmente, grazie ad interazioni e micro-sicronizzazioni costanti il bambino apprende tutta una serie di riferimenti che vanno a costruire il suo mondo interno, le sue aspettative nella relazioni, i modelli che tenderà poi ad usare in tutte le altre relazioni della sua vita.

Di fatto sviluppa la propria affettività, le tendenze del suo animo.

Affetti negativi e positivi

Nel corso della vita proviamo così diversi tipi di affetti, alcuni positivi e altri negativi. Anche se questa categorizzazione (positivo e negativo) andrebbe discussa più ampiamente, di norma si attribuisce ad emozioni o stati interni quali gioia, contentezza, interesse, innamoramento, orgoglio, valenze positive mentre a rabbia, paura, ansia, tristezza e depressione quelle negative.

Ogni emozione o stato interno in realtà ha una sua valenza e uno scopo che va compreso e incanalato nel giusto modo. La paura è un emozione che spesso ci fa deviare dall’intelletto e da una visione più chiara della realtà, altre volte ci protegge da situazioni pericolose che potrebbero metterci nei guai.

In genere tuttavia questa categorizzazione viene spesso usata anche in psicologia.

Gli studi sugli affetti positivi e negativi

Tradizionalmente, l’affettività positiva non ha ricevuto la stessa attenzione dell’affettività negativa. A lungo ci si è focalizzati più su sofferenza e dolore piuttosto che su gioia e gratitudine.

Con l’avvento della psicologia positiva sono cresciute sempre più le ricerche volte a comprendere come funzionano le emozioni e i sentimenti che ci fanno stare bene, che maggiormente concorrono al nostro benessere.

La prima grande svolta teorica fu nel 1975, con la pubblicazione di Paul Meehl che esplora il concetto di “capacità edonica”. Meehl credeva che la capacità edonica, o la capacità di provare piacere, fosse diversa per ognuno di noi.

Questo fu un primo passo per iniziare a comprendere quanto i diversi affetti, positivi o negativi possano essere vissuti differentemente da ciascuno di noi.

Le caratteristiche di un’affettività positiva e negativa

Chi preserva una discreta affettività positiva tende a essere più ottimista e felice. A ricercare un significato più ampio della propria vita e a coltivare stati interni sempre più positivi.

Viceversa la ricerca ha dimostrato come l’affettività negativa non sia correlata con l’orientamento alla felicità. Una persona con alta affettività positiva trova la felicità attraverso l’esperienza di significato e piacere. Ma il suo livello di affettività negativa non è correlato al modo in cui sperimenta o persegue la felicità.

L’affettività negativa è più legata ad alcune caratteristiche della personalità come stabilità emotiva o autostima. Una persona con bassa autostima tenderà a provare maggiormente degli affetti negativi, ad arrabbiarsi, stressarsi, andare in ansia o vivere condizioni depressive.

Viceversa più una persona è aperta, amichevole, responsabile ed estroversa, maggiore è la probabilità che sperimenti affetti positivi e bassi effetti negativi.

Come l’affettività influenza la nostra vita

L’affettività ha in realtà un impatto molto forte sulla nostra vita quotidiana. In primo luogo essa influenza fortemente la nostra salute.

L’impatto dell’affettività sulla nostra salute fisica

Le emozioni che proviamo ogni giorno, i nostri stati interni, felicità, tristezza, ansia, rabbia hanno un corrispondente fisiologico misurabile e osservabile che a lungo andare influenza sempre più il nostro sistema. Una delle correnti di studio scientifico che più si è appassionato allo studio di questa correlazione è la psiconeuroendocrinoimmunologia, detta comunemente PNEI. Oggi grazie alle ricerche in ottica PNEI sappiamo quanto le emozioni incidono profondamente sul nostro sistema endocrino e immunitario, andando a modificare i diversi equilibri del nostro organismo.

Un esempio fra tutti può essere lo stress. Condizioni di stress prolungato portano infatti ad un eccesso di ormoni dello stress come il cortisolo, con conseguenze nel lungo tempo anche gravi su memoria, attenzione, concentrazione, sistema immunitario, intestino e quant’altro.

Tutto il nostro sistema reagisce alle nostre emozioni.

L’effetto delle nostre emozioni sul nostro mondo interno

Noi esseri umani siamo sistemi complessi caratterizzati da diverse parti in interconnessione costante fra loro. Le emozioni che proviamo influenzano profondamente la qualità della nostra vita interiore. La memoria viene condizionata portandoci a selezionare ricordi sulla base degli stati d’animo provati. L’attenzione può aumentare o diminuire in base a come stiamo e di certo la nostra mente è profondamente influenzata dagli squilibri ormonali che certe situazioni comportano.

Un litigio, una delusione, un evento interno o esterno, può cambiare profondamente il nostro umore, lasciando strascichi che durano a volte settimane.

Tutto il nostro sistema psichico-fisico reagisce portandoci nel tempo a modificare notevolmente la nostra vita interiore.

A lungo andare affetti negativi possono concorrere al sommarsi di ripetute esperienze negative o vissute come tali. Nel tempo ripetuti insuccessi possono così portarci all’instaurarsi di un’immagine negativa di noi stessi, una bassa autostima, una maggiore difficoltà a credere in noi stessi. In casi ancora più complessi a sviluppare una forma più generale di anaffettività.

Affetti e relazioni

La nostra affettività influenza e viene influenzata profondamente dalle nostre relazioni. Le relazioni determinano tantissimo dei nostri livelli di felicità e benessere andando a costruire Il nostro mondo interno durante tutto l’arco della vita.

In diverse importanti università è stato dimostrato quanto le relazioni siano il fattore principale in grado di determinare benessere e serenità. Oltre a fattori maggiormente oggettivi come salute e durata della vita.

Lo studio di Harvard più lungo, durato 80 anni, ha chiaramente dimostrato quanto le relazioni siano così importanti da essere l’unico fattore in grado di predire la longevità stessa della vita.

Come lavorare sulla propria affettività

Di certo il campo relazionale è quello più importante su cui lavorare al fine di vivere un’affettività sempre più soddisfacente, ricca di emozioni e sentimenti positivi.

Le relazioni costruiscono e alimentano il tessuto della nostra mente e quindi più mi sentirò di vivere relazioni positive e soddisfacenti,piuttosto che relazioni tossiche o disfunzionali, e più proverò sentimenti ed emozioni positive. Per cui uno dei primi suggerimenti che mi sento di dirti è quello di cercare di avere sempre più relazioni profonde e di valore, in cui tu riesca a sentirti te stesso, rispettato e appagato.

Un altro aspetto molto importante per riuscire a lavorare sulla propria affettività ha a che fare con la consapevolezza di se stessi. Imparare a gestire la propria affettività significa sviluppare sempre più una buona intelligenza emotiva. Una conoscenza dei nostri processi interni e delle dinamiche che si svolgono nelle relazioni di tutti i giorni.

A tal fine pratiche di consapevolezza come la Mindfulness sono di certo molto utili, permettendoci di accedere progressivamente sempre più a quelle parte di noi che a volte non riusciamo a vedere chiaramente.

La funzione riflessiva in terapia

Oltre a tutto ciò che ciascuno di noi può fare imparando a lavorare su di sé vi è anche la possibilità di chiedere aiuto e di intraprendere percorsi di psicoterapia che aiutino a lavorare sempre più sulla propria affettività.

Nella relazione terapeutica è possibile fare l’esperienza di quella che viene chiamata “funzione riflessiva“, una sorta di rispecchiamento, dove il terapeuta semplicemente ci aiuta a divenire consapevoli dei nostri stati interni, svolgendo una funzione che in genere è affidata ai genitori fin dai primi momenti della vita.

Compito però che non sempre sono in grado di compiere egregiamente a causa di difficoltà di vario genere. Prima fra tutte quella di essere stati loro per primi figli non “visti” nei propri bisogni e stati interni.

In terapia guardandoci attraverso gli occhi dell’altro riusciamo sempre più a conoscere noi stessi.

In questo video approfondisco questi temi. Buona visione.

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A presto!

Enrico Gamba