Psicoterapia e neuroscienze: come la psicoterapia ti cambia il cervello

Psicoterapia e neuroscienze sono state a lungo separate a causa dell’impossibilità di osservare cervelli in funzione, caratteristica di buona parte del secolo scorso. A lungo gli unici strumenti per valutare l‘efficacia della psicoterapia sono stati l’osservazione clinica e il self reporting dei pazienti.

Solo recentemente, grazie allo sviluppo di sempre più accurati metodi di indagine, è stato possibile osservare il sistema nervoso di persone vive e vegete, prima e dopo il trattamento psicoterapeutico.

Psicoterapia e neuroscienze

La psicoterapia si diversifica molto a seconda dei tanti approcci usati in terapia. Per alcuni esistono tante tipologie di psicoterapie quanti sono i terapeuti. D’altro canto la psicoterapia lavora primariamente sulla relazione e la relazione si basa sulla specificità delle persone.

Essendo diverse le persone saranno diverse le psicoterapie. Tuttavia è possibile di certo considerare alcuni fattori generali come la durata delle psicoterapie, il numero di sedute mensili, gli strumenti usati in terapia e in generale l’approccio di riferimento.

L’efficacia della psicoterapia

Avvalendosi di queste categorizzazioni negli anni è già stato possibile valutare l’efficacia della psicoterapia e dimostrare con un ampio spettro di ricerche quanto la psicoterapia aiuti profondamente le persone a cambiare.

In genere una psicoterapia mostra la sua efficacia nella grande maggioranza dei casi rispetto ai gruppi di controllo in lista d’attesa, tanto da indurre diversi ricercatori a domandarsi quanto fosse lecito per scopi di ricerca lasciar attendere le persone.

Quando si conducono ricerche scientifiche è necessario rispettare rigorosi protocolli che prevedano la possibilità di confrontare gli effetti di una psicoterapia sulle persone in trattamento rispetto a quelle che, con sintomi analoghi, non hanno ancora iniziato il percorso di cura. Chiaramente, essendo la psicoterapia una tipologia di trattamento che dura in genere anche qualche anno, la difficoltà e la questione etica diviene evidente.

In ogni caso, nonostante queste difficoltà, le ricerche condotte, soprattutto su psicoterapie dinamiche brevi, hanno dimostrato come la psicoterapia aiuti davvero le persone a stare meglio. Una metanalisi (in cui vengono raccolti i risultati di diverse ricerche) sull’efficacia della psicoterapia dinamica breve ha rilevato che in media il paziente in terapia stava meglio rispetto all’86% dei pazienti in lista d’attesa (Gabbard 2007).

Psicoterapia e neuroscienze, cosa osservare

La grande evoluzione nella ricerca scientifica sugli effetti della psicoterapia si sta avendo invece con lo studio delle neuroscienze. Le neuroscienze sono una branca del sapere che si è sempre più sviluppata negli ultimi anni grazie alla crescita tecnologica e, in particolare, allo sviluppo di strumenti come la SPECT (Tomografia a emissione di fotone singolo) la PET (tomografia ad emissione positronica) e la RFMI (risonanza magnetica funzionale). Grazie alle nuove strumentazioni è possibile osservare un cervello in funzione e monitorare i flussi di sangue oltre che la densità e massa neuronale prima e dopo il trattamento psicoterapeutico.

Grazie a tutto ciò psicoterapia e neuroscienze si sono oggi incontrate permettendoci di comprendere e, di fatto, “vedere” come la psicoterapia ti cambia il cervello.

Ancora vi sono dei limiti nella ricerca dovuti primariamente alle grandi differenze nei diversi approcci terapeutici, tuttavia la mole di ricerche è in costante aumento e continua a confermare come la psicoterapia abbia un impatto importante su quelle aree del cervello che, attivate o disattivate, possono maggiormente portarci benessere e serenità.

Le evidenze degli effetti della psicoterapia su cervello

In uno studio del 1998 condotto in Finlandia un uomo di 25 anni affetto da un disturbo borderline di personalità e depressione è stato esaminato usando la SPECT insieme ad un altro paziente con problemi analoghi. Entrambi i pazienti mostrarono una diminuita capacità di alcune zone del cervello (area mediale prefrontale e talamo) di captare la serotonina, un neurotrasmettitore molto importante per la felicità. I loro dati furono confrontati con quelli di altri dieci pazienti sani che in effetti non avevano alcun deficit in tal senso. Dopo un anno in cui solo uno dei due pazienti fu sottoposto a un trattamento di psicoterapia le differenze nella capacità di captazione della serotonina furono evidenti.

Altri studi di diverso genere, sugli effetti della terapia cognitivo comportamentale (CBT) nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), sono risultati coerenti nel mostrare come la CBT portasse a un ridotto metabolismo nel nucleo caudato destro. Anche nei casi di fobia la terapia comportamentale cognitiva ha portato a una riduzione dell’attività nelle aree limbiche e paralimbiche.

In particolare, la Terapia cognitivo comportamentale ha mostrato di essere uno strumento utile a stimolare modelli adattivi di funzione cerebrale. Uno studio del Kings College di Londra ha evidenziato come un intervento basato sulla CBT abbia portato a un aumento della connettività cerebrale e alla remissione a lungo termine dei sintomi. Dopo un periodo di sei mesi di terapia i ricercatori hanno scoperto come la connessione tra le regioni chiave del cervello fosse diventata più forte in un numero significativo di partecipanti allo studio.

La CBT si focalizza su aspetti come ansia, depressione e altre malattie mentali aiutando a identificare i modelli di pensiero negativi e a sostituirli con quelli sani. Proprio per la specificità e replicabilità dell’intervento terapeutico la CBT si presta bene alla ricerca scientifica a differenza di altre terapie che, nonostante l’esperienza abbia dimostrato essere utili, per lunghezza e tipologia di intervento divengono più ostiche da inserire nei rigidi protocolli della ricerca scientifica.

Ciò detto, l’associazione fra psicoterapia e neuroscienze permette di valutare sempre meglio l’efficacia dei trattamenti della mente. Negli anni sono stati molti gli studi prodotti in diversi ambiti, fino ad arrivare alla pubblicazione di nuove metanalisi secondo cui la psicoterapia interviene primariamente su alcune aree importanti del nostro cervello che controllano pensieri e ricordi, come la corteccia frontale e temporale.

La grande difficoltà risiede nel fatto che vi siano molti tipi di psicoterapie che si differenziano in diversi ambiti di intervento, tuttavia la mole di ricerche in aumento ha ormai provato l’efficacia della psicoterapia in base agli effetti che essa produce sul nostro cervello.

Cosa accade in psicoterapia?

Per alcuni la domanda potrebbe così diventare: “che cosa realmente accade in psicoterapia?”.

In questo video spiego a mio avviso quali siano le caratteristiche principali di una “buona psicoterapia”.

Una psicoterapia è un viaggio verso se stessi. Grazie alla relazione costruita nel setting terapeutico è possibile sviluppare una comprensione sempre più complessa e articolata del nostro funzionamento interno, di ciò che effettivamente accade dentro di noi.

Interagendo con il terapeuta abbiamo uno specchio riflessivo che ci aiuta a crescere in conoscenza e esperienza verso la vita e verso ciò che accade in essa. I nostri stessi neuroni a specchio, il substrato neuronale alla base dell’empatia, ci possono aiutare a sperimentare nuove possibilità e punti di vista.

Specialmente un approccio relazionale integrato che parta dalla relazione, come gli studi sull’attaccamento ci hanno chiaramente mostrato, e che vada ad utilizzare pratiche di consapevolezza come la Mindfulness o tecniche come l’ipnosi, possono avere dei risvolti importanti nel modulare i nostri stati interni e nell’accrescere la conoscenza e il controllo di noi stessi.

Ovviamente tutte queste interazioni e esperienze hanno un potente impatto a livello fisico e mentale.

La vita ci cambia

In realtà tutte le esperienze che viviamo nella vita hanno un impatto sul nostro sistema. Questo è un punto che va chiarito. Ogni istante può essere vissuto e percepito grazie all’attivazione di diversi percorsi in tutto il nostro organismo. La costante riattivazione di questi percorsi porta naturalmente al consolidarsi dell’insieme di quelle strutture che chiamiamo più semplicemente “corpo”.

Da questo punto di vista il nostro organismo è un contenitore di esperienze che cambia in base ad esse, come gli studi sulla neuroplasticità ci hanno chiaramente mostrato.

La questione è comprendere nella vita quali siano le esperienze, sostanze, attività che ci fanno stare meglio accrescendo zone, ad esempio del cervello, che ci limitano o favoriscono.

Rimanendo nell’ambito di psicoterapia e neuroscienze sono molto interessanti ad esempio gli studi che approfondiscono l’associazione fra farmacoterapia, psicoterapia e neuroscienze.

Farmacologia, psicoterapia e neuroscienze

Psicoterapia e farmacoterapia sembrano infatti agire per alcuni aspetti in modo similare mentre per altri differentemente e complementariamente.

Una recente meta-analisi rivela che la terapia della parola e i farmaci influenzano il cervello in modi diversi ma con un effetto complementare. I ricercatori hanno esaminato i risultati di oltre 30 diversi studi su pazienti trattati con farmaci comunemente prescritti e 18 studi incentrati su soggetti sottoposti a psicoterapia. Nel confrontare l’attività cerebrale prima e dopo il trattamento, i risultati hanno rivelato alcune differenze significative.

Si è scoperto che i trattamenti farmacologici hanno il maggiore impatto sulle aree del cervello connesse all’elaborazione emotiva e ai sintomi psicosomatici come il dolore toracico e l’affaticamento, spesso associati alla depressione. La psicoterapia invece porta a maggiori cambiamenti nella corteccia frontale e temporale, le parti del nostro cervello che controllano pensieri e ricordi. I ricercatori hanno determinato che questi due effetti unici formano un effetto contrastante ma complementare. Ad esempio, un individuo con un minor numero di sintomi fisici potrebbe avere meno probabilità di sprofondare in una depressione più profonda mentre altri con minori modelli di pensiero negativi potrebbero avere meno probabilità di sviluppare sintomi fisici.

Nel complesso, nei casi più strutturati, un significativo corpus di ricerche supporta una combinazione di psicoterapia e farmaci.

In conclusione, gli studi che si stanno sviluppando associando psicoterapia e neuroscienze stanno sempre più chiarendo come l’intervento terapeutico possa avere un impatto importante sulle nostre vite. Nuove ricerche negli anni a venire approfondiranno sempre più questi aspetti, chiarendo come l’esperienza terapeutica possa impattare profondamente nelle nostre vite.

Molto interessanti a tal riguardo saranno gli studi emergenti sul connettoma, la fitta rete neuronale che costituisce la sostanza “bianca” del nostro cervello e che di fatto pare maggiormente differenziarci come esseri umani.

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A presto!

Enrico Gamba