La compassione è una delle facoltà umane più importanti.

Dal latino com pati la compassione è comunanza di dolore, è sentire con l’altro, è essere connessi all’altro, soprattutto nei momenti di difficoltà.

 

Compassione - enrico gamba

 

Da dove nasce la compassione

Da dove nasce dunque la compassione? Essenzialmente dalla capacità delle persone di entrare in contatto con gli altri. Di connettersi.

Ma da dove nasce questa competenza? Oggi su questo punto la ricerca ha ormai chiarito molte cose. La nostra capacità di provare compassione, di entrare in contatto con l’altro, di vivere nella sua vita, nasce fin dai primi istanti della nostra esistenza.

Sono le sintonizzazioni che abbiamo con la nostra figura di riferimento (in genere la madre) fin da appena nati a costruire la nostra competenza relazionale, la nostra capacità di essere e stare in relazione.

Questo tema è stato ampiamente approfondito dagli studi sull’enfant research. L’enfant research ha avuto il merito di studiare in modo sistematico cosa accade al bambino durante tutto l’arco della crescita, evidenziando quanto il ruolo di una relazione “sufficientemente buona” con la madre sia il presupposto fondamentale per sviluppare la capacità di sintonizzarsi con gli altri e con se stessi.

 

Compassione e autocompassione

Si, anche con se stessi. Questo è un tema fondamentale. Altri studi molto importanti per comprendere lo sviluppo della mente sono stati quelli di Bowlby sull’attaccamento umano. Bowlby ha chiarito come in base alla relazione avuta con la madre si vadano a sviluppare diversi modelli di attaccamento fra il bambino e la madre, che, nel tempo, portano a diverse strutture mentali.

In particolare le diverse tipologie di attaccamento possono essere: sicuro, evitante, preoccupato e disorganizzato.

A parte la prima categoria, le altre presentano delle problematiche che nel tempo possono strutturarsi fino a diventare delle vere e proprie patologie. Un caso può essere ad esempio quello dello stile evitante che può arrivare a costruire un vero e proprio disturbo evitante di personalità.

Chi soffre di uno stile evitante di personalità oppure di un disturbo, come anche di una tendenza ad un eccessivo distacco emotivo, difficilmente riuscirà a sentire il dolore dell’altro. Farlo vorrebbe dire essere stati in grado di esplorare e risolvere il proprio.

Queste diverse tipologie sono legate anche alla nostra capacità di ascoltarci e gestire al meglio, o meno, le nostre emozioni e i nostri stati interni. Se ad esempio avrò sviluppato uno stile sicuro e avrò quindi interiorizzato dentro di me una base stabile e fiduciosa, molto probabilmente sarò in grado di ascoltarmi e di ascoltare gli altri.

Riuscirò a sviluppare sempre più un forma di autocompassione e in parallelo di compassione verso l’altro.

Nei momenti di difficoltà sarò in grado maggiormente di accettarmi e sostenermi e di offrire lo stesso sostegno e la stessa apertura anche all’altro.

Entrambe queste qualità umane necessitano infatti di una certa stabilità interiore. Della capacità di avere spazio interiore.

 

La compassione è coscienza in espansione

Se non c’è ascolto, se non c’è presenza, allora è molto difficile che si sviluppi compassione. La compassione è il segno distintivo di una persona che ha imparato ad ascoltarsi e ad ascoltare gli altri. Una persona che ha affrontato il dolore ed è stata in grado di rielaborarlo, superarlo o almeno di imparare a gestirlo, e che, grazie a questo percorso, è in grado di riconoscere il dolore dell’altro e sintonizzarsi su di esso.

Per tale motivo la compassione è così strettamente legata alla nostra capacità di ascoltarci.

Sempre più studi stanno dimostrando quanto quella della compassione sia una caratteristica fondamentale che nasce proprio nel momento in cui impariamo ad essere presenti a noi stessi.

La compassione è infatti strettamente legata alla consapevolezza. Più sono consapevole di me stesso e degli altri e più sarò in grado di provare sentimenti positivi come quello della compassione.

Senza consapevolezza degli altri e in realtà anche di me stesso, è difficile che io possa provare compassione. Per questo motivo possiamo dire che la compassione è il segno distintivo di una coscienza che si sta espandendo, che sta acquisendo una visione sempre più ampia.

 

 

Comprendere sempre più la realtà che ci circonda

Nel suo libro, “Psicoterapia e teoria dell’attaccamento” Wallin, spiega come vi siano tre livelli di coscienza che ciascuno di noi è in grado di raggiungere. Il primo ha a che fare con quella che possiamo definire “immersione inconsapevole“. In questo stato semplicemente viviamo reiterando i modelli o automatismi che abbiamo appreso dalla nostra famiglia di origine, dalla nostra storia.

Da tale stato in genere si esce sopratutto a causa dell’inevitabile sofferenza derivante dal vivere come se esistesse solo il proprio punto di vista. Le persone che si trovano in questo stato di coscienza semplicemente non vedono, e quindi nemmeno comprendono, il punto di vista altrui. Hanno teorie più o meno elaborate sul funzionamento degli altri e del mondo, ma in realtà vedono solo se stesse. Lo scontro con la realtà è quindi in genere un passaggio obbligato.

Il passaggio successivo è quello di “emersione consapevole” nel quale gradatamente sempre più mi accorgo dei modelli che si ripetono, dei miei automatismi, e inizio a non dare per scontato che il mio possa essere l’unico punto di vista. Inizio così ad accorgermi dell’esistenza di tanti altri modi di intendere e leggere la realtà.

Inizio a sentire gli altri, a provare sentimenti come empatia, compassione e autocompassione.

Il terzo passaggio di coscienza viene definito come “pienezza della consapevolezza mentale“. Questo stato che da il nome anche alla pratica meditativa della “Mindfulness” viene definito come uno stato di assenza di giudizio, in cui semplicemente siamo, osservatori consapevoli della realtà.

 

Come la pratica della Mindfulness aumenta la compassione

Una delle conferme più entusiasmanti della ricerca scientifica degli ultimi quarant’anni è stata, a mio avviso, la presa di coscienza globale di quanto le pratiche meditative ti aiutino a sviluppare emozioni positive e in generale a migliorare la tua vita.

In un suo recente libro dal titolo “La meditazione come cura” Daniel Goleman, l’autore del best seller sull’ intelligenza emotiva, ripercorre i tanti passaggi che hanno oggi portato un riconoscimento così vasto a pratiche come la Mindfulness.

Intuitivamente tutti sapevamo che la meditazione faceva bene ma sono stati gli ultimi quarant’anni di studi a aver confermato, una volta per tutte, questo dato, iniziando ora a differenziare fra i diversi tipi di pratiche meditative e i conseguenti effetti sull’uomo.

In particolare, ad esempio, sei è visto che una pratica costante, reiterata per qualche anno, porta a quelli che vengono definiti in psicologia dei tratti stabili di personalità. La Mindfulness, in particolare, porta a livelli maggiori di compassione, una maggior predisposizione e apertura interpersonale, più calma e serenità. Questi cambiamenti non sono passeggeri ma stabili.

Praticando le persone migliorano.

 

Gli studi neuroscientifici alla base della compassione

Un altro autore molto interessante che ha approfondito gli effetti della meditazione è Newberg.

Grazie al suo impegno come neuroscienziato Newberg ha mostrato come la pratica meditativa porti sempre più a disattivare quelle aree del cervello che ci portano ad identificarci in un io isolato dagli altri.

Newberg spiega il suo lavoro nel libro “Come la spiritualità ti cambia il cervello“.

La meditazione porta in buona sostanza ad ampliare la percezione dell’io. A sentirsi sempre più connessi con il resto del creato, con la natura, con gli altri. Tali stati, confermati dalla ricerca empirica su monaci o suore (ben allenati a forme meditative) sono caratterizzati da un senso di beatitudine e connessione, di espansione e amore.

In buona sostanza, tutto ciò ci porta a vivere sempre più stati compassionevoli di apertura e serenità.

 

Ritornare alla nostra più intima natura

Ciò che rende così efficace la meditazione è che essenzialmente ci riporta a noi stessi. Ci allena, giorno dopo giorno, a divenire esperti di noi stessi, dei nostri processi interni, di ciò che accade nelle nostre vite.

Se ogni giorno dedico venti o trenta minuti ad essere presente al mio respiro, inevitabilmente mi accorgerò delle differenze di ogni giorno e di quanto le tante attività (mangiare, dormire, lavorare, stare in relazione) influenzano la mia capacità di essere presente e consapevole.

Da tale pratica crescerà la consapevolezza di me stesso e di conseguenza la competenza nel gestirmi sempre meglio, nel riconoscere, ad esempio, ciò che mi nutre e ciò che mi intossica.

In questo senso pratiche come la Mindfulness sono vie di conoscenza profonda che ci aiutano a rientrare sempre più in contatto con la nostra più intima natura, ciò che ci connette a tutto il resto.

 

Affrontare il dolore per provare sentimenti più nobili

Percorsi come quello della psicoterapia o come anche della Mindfulness tipicamente aiutano proprio ad entrare in contatto con quelle parti di noi stessi che ci mettono più in difficoltà e che silentemente continuano a condizionare la nostra vita.

Grazie a percorsi introspettivi diveniamo sempre più in grado di riappropriarci del nostro dolore, di riconsiderarlo, di rileggerlo, rielaborarlo. Questa competenza che via via acquisiamo ci permette sempre più di acquisire esperienza, saggezza, consapevolezza, compassione.

D’altro canto, se ti chiedessi che cosa nella vita ti ha reso ciò che di buono sei, cosa mi risponderesti? Molto probabilmente sono state proprio le difficoltà incontrate e superate, il dolore.

Ecco, chi segue questo percorso di consapevolezza e conoscenza di sé, progressivamente diviene sempre più in grado di provare nobili sentimenti come la compassione.

Viceversa, chi rimane sempre in superficie nella vita senza mai riuscire ad andare in profondità, ha in genere molta paura ad affrontare ciò che silentemente si muove nelle acque della psiche. Ricordi di sofferenza, paure profonde, traumi, esperienze di solitudine e trascuratezza non rielaborati, portano semplicemente le persone a continuare ad evitare il dolore, in se stesse e negli altri.

 

Il giudizio antitetico alla compassione

La tendenza che alcune persone vivono continuando a giudicare se stesse e gli altri, nasce in genere proprio da questa incapacità ad accettare nel profondo se stesse e conseguentemente gli altri.

Chi ancora si trova nel livello di “immersione inconsapevole” in genere semplicemente vive nel giudizio, spesso senza rendersi conto che ciò che non sopporta negli altri è presente anche in se stesso, sia come potenziale che vorrebbe segretamente sviluppare (ma che non si concede), oppure come tendenza che attua in altri ambiti della propria vita.

Chi ha fatto la pace con quella parte oscura di se stesso, con la “zona d’ombra”, non ha in genere più bisogno di giudicare, di allontanarsi mentalmente da ciò che in realtà teme. Ha superato gli opposti e si rende conto che l’altro è solo uno specchio perfetto di noi stessi.

Proprio per questo inizia a provare sentimenti di compassione e empatia.

 

Superare il giudizio di se stessi porta ad una maggiore apertura del cuore

Superare così il giudizio di se stessi, imparare ad esplorare quelle parti che temiamo, ci porta naturalmente ad aprirci all’altro e sempre più a provare sentimenti ed emozioni profonde di connessione e unione.

Spesso ci riferiamo simbolicamente al “cuore” come alla sede di tutto ciò. Il cuore è in effetti un simbolo che ben rappresenta le emozioni più profonde, più intime e vere.

Seguire un percorso come quello qui descritto, porta così naturalmente ad aprire sempre più il cuore, a superare i blocchi del passato, a rientrare in contatto con noi stessi e con l’altro. A provare sempre più empatia con chi ci circonda, compassione verso che soffre e alle volte un sentimento ancora più profondo di pietà.

 

La differenza fra pietà, compassione ed empatia

Spesso empatia, compassione e pietà vengono usati con significati diversi legati per lo più a processi culturali piuttosto che al reale significato etimologico delle parole.

Compassione, come detto deriva dal latino com pati, è patire con l’altro, una grande qualità umana.

Empatia deriva dal greco antico “εμπαθεία” (empatéia) composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”, era un termine usato per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico. L’empatia veniva intesa come un emozione più istintiva, diretta, non verbale.

Non è per forza legata al sentire solo il dolore dell’altro ma anche la sua gioia e felicità.

Oggi sull’empatia si sono sviluppati diversi studi, i più importanti di certo quelli di Rizzolatti dei neuroni a specchio, il substrato neuronale dell’empatia stessa.

La pietà infine è un’altra parola, spesso utilizzata forse a sproposito, che deriva dal latino piĕtasatis (derivato da pius, pio, pietoso). Chi prova pietà prova un sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e solidarietà verso chi soffre. Strugge per il dolore sentito dell’altro e si commuove nel profondo.

Di fatto quindi questi tre termini oggi usati in diversi contesti e con diverse accezioni, sono profondamente connessi e sottendono sempre a questa grande qualità umana di sintonizzazione e connessione con l’altro, manifestazione di quel principio di unità universale che sempre più le nostre conoscenze attuali ci portano a considerare.