La teoria polivagale di Stephen Porges

//La teoria polivagale di Stephen Porges

Approfondendo la teoria polivagale il dr. Stephen Porges e collaborati hanno esplorato per decenni la funzione che il sistema nervoso svolge nei processi di adattamento all’ambiente, con particolare riferimento al vago, decimo nervo cranico. 

Secondo Porges stress prolungati di diverso genere hanno ripercussioni di primo ordine sul nostro stato di benessere. 

In questi casi sembrerebbe venire meno un sufficiente livello di equilibrio fisiologico e psichico che potrebbe causare sofferenza e disagio su più fronti.

In effetti, sono emerse evidenze scientifiche che riguardano la salute in generale, dal trauma ai disturbi psicosomatici, dall’oncologia alle malattie autoimmuni, dal generale stato di insicurezza alla cronica infelicità.

 

la teoria polivagale - Stephen Porges

 

La Teoria Polivagale

La teoria polivagale si fonda sulle funzionalità del nervo vago che costituisce un sistema complesso composto da vie che raggiungono gli organi periferici e da altre fibre che importano informazioni – biofeedback – dagli organi periferici al sistema nervoso centrale. 

Numerosi studiosi sono concordi nell’affermare che il vago rappresenta un sistema dinamico volto al mantenimento dell’omeostasi fisiologica, nonché psicologica del nostro sistema. In particolare si è scoperto come il vago ricopra un ruolo di primo ordine in merito alla trasformazione delle strutture cerebrali che regolano i sistemi sociali e di adattamento. 

È opinione condivisa che la maturazione del sistema nervoso sia sotto l’influenza dell’interazione tra l’ambiente che ci circonda e il corredo genetico di cui disponiamo. Questa interdipendenza da luogo alle configurazioni comportamentali e relazionali che mettiamo in atto per sentire, avvertire, percepire, fronteggiare e relazionarci nel mondo e nella vita di tutti i giorni.

L’autore pone inoltre enfasi sul fatto che l’inclinazione innata a ricercare relazioni sociali – tipica dell’uomo – è associata alla necessità di regolare, attraverso gli scambi e il contatto, i parametri fisici e psicologici. In altre parole, potremmo afferma di essere “geneticamente programmati” a creare e ricercare relazioni che hanno lo scopo di farci sentire al sicuro e mantenere un buono stato di salute.

Gli scambi interpersonali forniscono da un lato l’occasione di costituire legami affettivi, di profondere autenticità e sicurezza, di facilitare i processi di riconoscimento affettivo; dall’altro svolgono la funzione di regolare i nostri stati fisiologici – per mezzo del vago – e diffondere stati di benessere e serenità durevoli nel tempo. 

In questa direzione è logico presumere che di fronte a degli stati di disagio la teoria polivagale offra anche un guida per emergere dalla fragilità e propagare nuovi livelli di sicurezza e quiete.

 

I tre moduli comportamentali di adattamento all’ambiente della teoria polivagale

La teoria polivagale propone che le diverse diramazioni del vago siano connesse a specifiche strategie comportamentali con funzioni adattive e di difesa dagli stimoli che incontriamo nell’ambiente.

 

1. Il sistema dell’immobilizzazione

Dipende dall’innervatura più antica del vago, una parte che si origina nel suo nucleo motorio dorsale. Consiste anche nella componente più primitiva dalla quale hanno avuto sviluppo le altre strutture cerebrali nei mammiferi ed è condivisa con quasi tutti i vertebrati. Il sistema dell’immobilizzazione ha fibre afferenti agli organi sotto-diaframmatici e ha un ruolo importante del mantenere l’omeostasi e il controllo delle funzioni viscerali di base (stomaco, intestino tenue, colon e vescica).

Questa strategia comportamentale è messa in atto qualora sia a repentaglio la sopravvivenza. È caratterizzato da una riduzione del fabbisogno metabolico e da una sospensione dell’azione. I comportamenti che ne derivano sono la morte simulata, il blocco passivo o freezing, la perdita di coscienza.

Alcune di queste condotte possono essere osservate nei vertebrati qualora vogliano evitare di essere cacciati dai loro predatori. Tra i mammiferi, invece, un classico esempio è quello dell’opossum che rallenta il battito cardiaco e rilascia un liquido maleodorante al fine di sottrarsi agli attacchi. 

Poiché rappresenta un estremo meccanismo di difesa della propria incolumità, questo circuito primitivo è funzionale nei rettili ma potenzialmente letale nei mammiferi, in quanto esporrebbe alla resa di fronte al predatore. Questi comportamenti possono essere presenti anche nell’uomo, nei momenti di estrema minaccia o in individui che, lungo la loro storia personale, sono stati soggetti a traumi. Ciononostante, possono esserci dei casi in cui tali modalità hanno una funziona adattiva anche nell’uomo: l’insieme di azioni che si svincolano dalla paura, come ad esempio l’allattamento, la digestione, la riproduzione e il parto. 

2. La mobilizzazione

Sempre secondo la teoria polivagale la mobilizzazione avviene sotto l’influenza del sistema nervoso simpatico che implica, nei momenti di attività, aumento del fabbisogno metabolico e della frequenza cardiaca. Ciò facilita la produzione di energia tra cui il glucosio e la conversione di noradrenalina in adrenalina. Per tali ragioni facilita le risposte comportamentali di attacco (aggressione, rabbia, collera, lotta) e di fuga (allontanamento dal pericolo, evitamento delle situazioni potenzialmente pericolose, ritirata).

Anche questo insieme di strategie sono condivise con buona parte del regno animale. Per l’uomo, invece, possono essere da esempio le situazioni in cui si avverte ansia o paura che possono indirizzare verso modalità attive di evitamento o di lotta. 

3. La comunicazione sociale:

Le trasformazioni filogenetiche e lo sviluppo neurale hanno comportato un arricchimento del repertorio affettivo dell’uomo, tra cui possiamo trovare l’accudimento, le interazioni faccia a faccia coordinate, lo smorzamento della paura, l’autoconsolazione, l’aumento della prosodia, miglioramento dell’ascolto e un’espressività emotiva più marcata. 

Questo sistema di comportamenti dipende dal vago mielinizzato che si origina in una zona del tronco dell’encefalo chiamata nucleo ambiguo e che favorisce gli stati di calma inibendo l’influenza del sistema simpatico. Un buon funzionamento di questo sistema, promuove le interazioni sociali positive e la reciprocità, riduce la distanza psicologica e sostiene un senso di sicurezza tra le persone.

È necessario segnalare che il sistema nervoso dell’uomo adopera in prima battuta le risposte comportamentali adattive che vengono dai gradini più recenti della nostra evoluzione – la comunicazione sociale –, ma laddove tali modalità non riescano a metterci al sicuro, utilizza le risposte più primitive: prima i sistemi di mobilizzazione, poi l’immobilizzazione. 

 

Sistema Nervoso CentraleVia coinvoltaFunzioni
Corteccia

Tronco dell’encefalo

Nucleo ambiguo 

Vago mielinizzato INGAGGIO SOCIALE 

Regolazione emotiva

Neurocezione di sicurezza 

Diminuzione battito cardiaco

Diffusione di benessere 

Corteccia

Tronco dell’encefalo

Midollo spinale 

Sistema SimpaticoMOBILIZZAZIONE 

Lotta

Evitamento

Ansia

Panico

Aumento battito cardiaco 

Aumento Glucocorticoidi

Tronco dell’encefalo

Nucleo Motore Dorsale 

Vago non mielinizzatoIMMOBILIZZAZIONE 

Blocco di coscienza

Depressione

Disturbi da stress o traumatici

Diminuzione battito cardiaco 

Diminuzione Glucocorticoidi

Tabella riassuntiva delle funzioni delle diverse componenti del nervo vago

 

La neurocezione 

Sempre nella teoria polivagale la neurocezione è il termine utilizzato da Porges per spiegare il processo attraverso cui il nostro sistema nervoso sarebbe costantemente impegnato al fine di valutare i rischi e di elaborare le informazioni e gli stimoli presenti nell’ambiente.

Non è una novità il fatto che la nostra specie ha avuto la necessità di costituire tale capacità per riconoscere e difendersi dai predatori. Tuttavia, questo istinto rimane iscritto nei circuiti neurali più primitivi. In effetti siamo maggiormente propensi a intrattenere comportamenti di socializzazione verso persone familiari e comportamenti difensivi verso gli estranei. 

Terminato il processo di valutazione della sicurezza dell’ambiente che ci circonda il nostro sistema è pronto a indirizzare le modalità comportamentali verso la via più opportuna ed efficace (freezing, attacco-fuga e interazioni sociali).

La neurocezione avviene sovente al di fuori della nostra consapevolezza. Per mezzo di meccanismi impliciti ci troviamo ad agire comportamenti sulla base della pericolosità che avvertiamo. Fondamentale da comprendere è come esperienze soggettive, soprattutto se reiterate e intense, conducano allo strutturarsi di una neurocezione disfunzionale.

E’ così ragionevole affermare che i comportamenti sociali possono essere messi in campo allorché sia presente una neurocezione di sicurezza. Se ciò non avviene è più probabile che ricorreremo a strategie di mobilizzazione o immobilizzazione, le quali non favoriscono né i processi adattivi individuali, né il raggiungimento di un benessere psicologico, né un senso di realizzazione personale. 

Più specificatamente la sofferenza psicologica deriverebbe da un “fallimento” dei processi di neurocezione. Il senso di fragilità e di disagio sembrerebbe legato ad un rilevante incapacità di sentire e mantenere un senso di sicurezza personale. 

In tutto ciò l’autostima e la fiducia in sé stessi assumono un ruolo decisivo.

Spesso si vive il rapporto con l’altro in maniera non salutare, cercando vicinanza affettiva in maniera eccessiva o altre volte rinunciando a questa necessità, rifiutando ogni contatto, disinvestendo completamente dall’opportunità di essere aiutati o confortati dalle interazione con l’altro.

 

Conoscere il modo di “stare con” l’altro

Concedersi la possibilità di osservare il personale modo di relazionarsi con il mondo, con se stessi e con gli altri offre un’occasione preziosa. Richiede di fermarsi dalla frenesia che ci circonda e di prendersi del tempo per ascoltare il corpo e la mente.

La consapevolezza di fatto è il primo passo per avvicinarsi a quelle parti interne che mandano dei segnali (spesso attraverso il corpo). La sofferenza, l’insicurezza, le paura, la rabbia, le emozioni scomode, con il passare del tempo, possono prendere il sopravvento e non lasciare via di uscita. 

Presa coscienza del modo che usiamo per interagire nel mondo, potrebbe essere opportuno mettersi all’opera per trasformare le nostre modalità scegliendo una direzione maggiormente orientata al benessere e alla salute.

In questa senso la prospettiva della teoria polivagale ci è d’aiuto. La stretta associazione tra i processi mentali e corporei, tra le strutture biologiche e il nostro stato di benessere permette di spiegare maggiormente la genesi del disagio ma, allo stesso tempo, ci offre una strada da seguire per intervenire per emergere dalla sofferenza.

Di fatto, permettersi di fare delle esperienze che in qualche modo vadano a sollecitare il corpo consente di sganciarsi dalle modalità difensive che sappiamo essere alla base degli stati di disagio. Attivare il sistema di ingaggio sociale per mezzo di attività esperienziali che richiedano l’utilizzo della voce o del corpo struttura nel tempo una percezione di calma e di pienezza sempre maggiore.

 

L’ulteriore conferma dell’utilità di metodi esperienziali 

La teoria polivagale conferma quindi che interventi psicologici orientati a integrare altri canali sensoriali sollecitano un funzionale livello di neurocezione: il soggetto ha maggior probabilità di avvertire  stati maggiori di sicurezza.

L’arte, la musica, il teatro, le pratiche di meditazione e consapevolezza sono dunque strumenti importanti che possono essere di notevole aiuto per emergere dal disagio. 

Possiamo affermare pertanto che queste pratiche possono lavorare indirettamente nella direzione di:

Aumentare il funzionamento dei sistemi sociali; 

Migliorare il raggiungimento di stati di sicurezza soggettiva che possono essere mantenuti per più tempo e in maniera autonoma;

Favorire l’emergere di strategie individuali per far fronte alle situazioni stressanti. 

In questo modo, la psicoterapia che concede di aprire ad altri livelli di esperienza ha maggior probabilità di sviluppare processi di riconnessione e riparazione, benessere più profondo e duraturo nel tempo. 

 

Il grande potere della musica

 

Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime.

Victor Hugo

 

La musica è ormai inserita a pieno titolo all’interno dei nostri valori spirituali, morali ed etici.

È un elemento importante dell’esperienza umana che s’intreccia con le emozioni, con la regolazione degli affetti e con gli scambi interattivi. 

Ha, senza ombra di dubbio, un ruolo importante nei processi psicologici implicati nei modelli relazionali che usiamo nella nostra vita quotidiana per entrare in contatto con noi stessi e gli altri. 

Dal punto di vista neurobiologico le evidenze scientifiche hanno messo in luce il fatto che la musica eliciti la coordinazione tra aree cerebrali differenti. 

Ma in che modo può fornire aiuto nei processi che riguardano la nostra salute fisiologica e psicologica?

La ricerca ha dimostrato che la frequenza nelle melodie di molte composizioni musicali sostituisce l’effetto della voce umana. Una volta che le frequenze sonore arrivano al nostro orecchio, esse attivano dei sistemi di elaborazione che sono strettamente associati alla regolazione affettiva, all’ingaggio sociale e agli stati di calma diffusa, proprietà che sappiamo essere alla base di un equilibrio psichico.

È, in effetti, stupefacente apprendere che particolari frequenze sonore, contenute nella voce umana – come ad esempio le intonazioni di una mamma intenta a cantare la ninnananna al proprio bambino –, siano riscontrabili in molti dei brani musicali che colgono la nostra attenzione. Il che può far supporre che tali sequenze siano esplicitamente in relazione con stati di calma che si propaga nel nostro corpo e nella nostra mente.

Come sappiamo, le situazioni di fragilità – ad esempio traumi, lutti e disagio psichico – abbassano il funzionamento delle strategie volte a mantenere e ricercare benessere, diminuendo le nostre potenzialità nell’entrare in relazione proficuamente con gli altri e le modalità per gestire lo stress.

In questo modo la musica, in accordo con la teoria polivagale, rientra tra gli strumenti che possono andare incontro alle nostre competenze individuali e interpersonali. Così facendo l’individuo potrà sentirsi padrone delle proprie capacità e avere fiducia nel raggiungere i propri desideri affrontando la vita con maggior sicurezza. 

In altre parole potrà concedersi di vivere più profondamente il presente e di progettare un futuro praticabile

 

By |2018-04-30T14:21:49+00:00aprile 30th, 2018|Categories: Psicologia|Tags: , |

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Psicologo Milano - dr. Enrico Gamba Il dr. Enrico Gamba è psicologo Clinico, psicoterapeuta, ipnoterapeuta e formatore. www.enricogamba.org