Disturbi alimentari, cosa sono e come funzionano

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Disturbi alimentari, cosa sono e come funzionano2018-07-01T01:27:23+00:00

Quando si può parlare dei disturbi alimentari

I disturbi alimentari possono avere complicazioni fisiche e psichiche da moderate a gravi. Possono colpire bambini, adolescenti e adulti, indipendentemente dallo status socioeconomico.

L’indice di massa corporea – ovvero il rapporto tra altezza e peso – non è l’unico indicatore che attesta la presenza di un disturbo alimentare. Anche individui con un peso normale possono presentare sintomi che potrebbero far pensare a un disturbo alimentare. Ad esempio perdite di peso repentine e inaspettate potrebbero essere l’indice della presenza di un disordine alimentare. Anche un rapido incremento del peso o continue oscillazioni possono rappresentare un segno di fragilità. 

Nei bambini e negli adolescenti, il mancato raggiungimento del peso o altezza desiderati, in associazione a un ritardo nello sviluppo della pubertà, andrebbe analizzato maggiormente poiché potrebbe essere un possibile elemento di insorgenza. 

 

Disturbi alimentari

L’eccessiva attenzione al corpo nei disturbi alimentari

L’aspetto da tenere in considerazione per comprendere se siamo di fronte a un disagio che riguarda l’area della nutrizione è il rapporto con il proprio corpo. Eccessiva attenzione a ciò che si mangia, alla fisicità e la presenza di elevati standard potrebbero nascondere un comportamento alimentare disfunzionale. Potrebbe essere il caso di una nutrizione ristretta abbinata ad esempio a pratiche sportive eccessive. Allo stesso modo, sovente il cibo potrebbe diventare un modo per regolare i propri stati emotivi, come se l’unico modo per fronteggiare gli stati stressanti fosse per mezzo dell’alimentazione; questo potrebbe essere ad esempio il caso delle abbuffate a cui possono accompagnarsi condotte di eliminazione (vomito autoindotto o assunzione di lassativi).

Conseguenze mediche dei disturbi alimentari

Le conseguenze mediche di un disturbo alimentare possono non essere riconosciute con facilità. Nei casi più gravi i disturbi alimentari potrebbero essere associati a gravi complicazioni mediche: a livello cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, dermatologico, ematologico, scheletrico, con conseguenze negative per il sistema nervoso centrale. Le complicanze possono essere tali da pregiudicare il funzionamento dei sistemi corporei in maniera rilevante. 

I disturbi del comportamento alimentare rappresentano una delle più frequenti cause di fragilità giovanile e a essi si associa un rischio elevato di mortalità.

 

I sintomi nei disturbi alimentari

Il paziente colpito da un disturbo alimentare può presentare sintomi di varia natura. L’aspetto primario riguarda gli aspetti psicologici, ovvero un estremo e rigido legame tra il corpo e l’autostima personale. 

Si associano inoltre modalità comportamentali tipiche come la restrizione alimentare, le abbuffate, una selettività oltremisura del cibo. 

Di seguito ecco alcuni sintomi fisici che possono verificarsi come conseguenza di carenze – o squilibri – nell’alimentazione:

  • Il peso corporeo: perdita eccessiva, aumento o continue oscillazioni; 
  • Il sistema endocrino: mestruazioni assenti o irregolari, perdita del desiderio sessuale;
  • L’apparato cardiorespiratorio: dolore al torace, palpitazioni, aritmia, dispnea; 
  • Il sistema gastrointestinale: malessere epigastrico, sazietà precoce, svuotamento gastrico ritardato; 
  • l’umore: instabilità, cambiamenti repentini, disforia marcata e apatia.

 

Epidemiologia dei disturbi alimentari 

L’anoressia e la bulimia si aggira rispettivamente intorno allo 0,9% all’1,5%, nel genere femminile, mentre in quello maschile le percentuali sono 0,3 per l’anoressia e 0,5 per la bulimia.

I disturbi alimentari nei giovani

L’anoressia nervosa avrebbe un tasso di prevalenza nella popolazione femminile giovane pari allo 0.3% da ritenersi in aumento nelle donne tra i 15 e i 24 anni rispetto al secolo precedente. 

Nella nostra epoca sono costantemente in aumento le ospedalizzazioni di giovani adolescenti. Diverse ricerche tuttavia illustrano che solo un terzo delle pazienti affette da Anoressia Nervosa e il 6% delle persone bulimiche giungono all’attenzione dei servizi per un trattamento psicologico.  

Un diverso modello di corpo

Tutto questo è abbastanza in linea con gli standard sociali cui siamo esposti dai media. Del resto sembra che l’ideale del corpo cui tendere debba ritenersi tendenzialmente magro – quasi all’eccesso –, senza difetti, tonico e ad ogni costo piacevole. Il che incide notevolmente sullo sviluppo dei giovani adolescenti che osservano pratiche estenuanti di alimentazione, fino al punto di mettere a repentaglio la propria vita.

L’alimentazione incontrollata – o meglio conosciute come abbuffata –, rappresenta anch’esso un disturbo in aumento. Ha raggiunto l’1% circa nella popolazione generale, sia maschile che femminile.

Segni prima dell’adolescenza

La prevalenza dei disturbi della nutrizione e della alimentazione nei giovani aumenta tra l’infanzia e la prima adolescenza. Inoltre la presenza di sintomatologia a 9 anni corrisponderebbe un rischio elevato di sviluppare un disagio marcato a 12 anni. Per tali ragioni occorre cogliere e intervenire sui fattori che favoriscono lo sviluppo di questi disturbi ben prima dell’adolescenza.

 

I Disturbi dell’alimentazione, una classificazione

I disturbi alimentari, secondo i manuali diagnostici, si presentano distinti in diverse categorie:

Pica

E’ un comportamento alimentare che si manifesta con un desiderio di ingerire materiale normalmente non considerato come cibo, ad esempio, l’amido, l’argilla, la cenere, i pastelli, il cotone, l’erba, i mozziconi di sigaretta, il sapone, il legno, la carta, o il gesso. La severità di questo disturbo è legata alla tossicità del materiale ingerito, ad esempio, la vernice che contiene il piombo, o dall’ingestione di materiali al posto di nutrienti essenziali. L’ingestione di sostanze non alimentari si deve protrarre per un periodo di almeno un mese ed è inappropriata rispetto al livello di sviluppo (nel bambino fino ai 24 mesi può essere considerata come una modalità piuttosto comune di esplorazione del mondo).

Ruminazione

Questo disturbo è caratterizzato da ripetuto rigurgito, masticazione e deglutizione di cibo per almeno un mese. Il rigurgito non può essere associato a una patologia gastrointestinale; è contraddistinto da: rigurgito in bocca senza nausea, involontari conati di vomito; disgusto; rimasticazione.

Disturbo alimentare evitante/restrittivo

Si caratterizza per il disinteresse per il cibo, la selezione di alcuni alimenti basato sugli aspetti sensoriali – ipersensibilità a determinate consistenze o gusti –, la preoccupazione per le conseguenze negative del mangiare, quali eventuali vomito o soffocamento. Può condurre a una significativa perdita ponderale e nei bambini all’incapacità di raggiungere il peso previsto e nei casi più gravi a malnutrizione.

Anoressia nervosa

Caratterizzata dalla marcata restrizione nell’assunzione di calorie ed un peso corporeo significativamente basso (cioè sotto l’85% del peso previsto); è presente un’intensa paura di ingrassare, l’alterazione della rappresentazione mentale del proprio corpo, al punto da percepirsi sovrappeso. A dispetto delle precedenti classificazioni, l’amenorrea – assenza di mestruazioni – non rappresenta più un elemento fondamentale per porre una diagnosi di anoressia nervosa.

Bulimia nervosa

E’ connotata da abbuffate e inappropriate condotte di compensazione. L’abbuffata richiede l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili. Le manifestazione di compensazione consistono ad esempio nel vomito autoindotto; nell’abuso di farmaci (quali lassativi e diuretici); nel digiuno o nell’attività fisica eccessiva. Il criterio diagnostico comune all’anoressia nervosa è l’eccessiva influenza del peso e della forma del copro sui livelli di autostima dell’individuo.

Disturbo di alimentazione incontrollata

Si tratta di una condizione di grave sovrappeso o obesità causata da fattori psicologici; è caratterizzato da abbuffate almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi, non seguite da condotte di eliminazione o di controllo del peso di alcun tipo. Emerge un minore interesse mostrato nei confronti del peso e della forma del corpo. L’assenza di controllo del peso fa pensare che alla base vi sia una certa impulsività alimentare in associazione a difficoltà di regolare gli stati emotivi.

I casi “sottosoglia”

Esistono inoltre casi “sottosoglia”, ovverosia disturbi dell’alimentazione che mostrano delle caratteristiche cliniche importanti ma non pienamente sufficienti per soddisfare una diagnosi medica. Tuttavia, queste situazioni necessitano una generale attenzione, soprattutto al funzionamento psicologico, poiché potrebbero tradursi, senza un adeguato intervento, velocemente in quadri complessi (in particolare, laddove il disturbo si strutturi nella prima infanzia o nell’adolescenza).

 

Sviluppo e Decorso 

I disturbi alimentari sarebbero determinati da più fattori che interagiscono secondo modalità non pienamente chiare. La genesi di questi disturbi si definisce multifattoriale. 

Vi sono, infatti, dei fattori predisponenti – genetici, psicologici, ambientali e socioculturali – che in associazione a fattori d’esordio –  diete restrittive e difficoltà psicologiche personali – e a fattori di mantenimento – il rinforzo positivo dall’ambiente – strutturano una condotta alimentare disfunzionale e uno stile psicologico che facilita l’insorgere di disagio.

L’insoddisfazione per l’immagine corporea – in altre parole quell’insieme di percezioni, pensieri ed emozioni che una persona esperisce riguardo al corpo – rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio e di mantenimento di questi disturbi.

Studi longitudinali evidenziano l’instabilità diagnostica dei disturbi dell’alimentazione e la loro migrazione da una categoria all’altra lungo le diverse fasi del ciclo di vita. 

Disturbi alimentari, ansia e autostima

In particolare, molte ricerche hanno illustrato come i soggetti che manifestano un disturbo dell’alimentazione mostrerebbero una maggiore tendenza a preoccuparsi per gli errori, un minor senso di autostima e un’assenza di percezione circa il controllo sugli eventi della vita quotidiana. Recenti studi associano inoltre i disturbi alimentari con problematiche di ansia parlando di “ansia infantile” che si manifesterebbe come precursore del disturbo alimentare.

La maggior parte delle persone che sviluppano disturbi del comportamento alimentare hanno sperimentato e sperimentano una certa ansia clinica, come il Disturbo ossessivo-compulsivo o la fobia sociale, ad un certo punto della loro vita.

Un numero significativo di essi, circa il 42%, hanno sviluppato il disturbo d’ansia quando erano bambini, molti anni prima dell’insorgenza del disturbo alimentare.

Elementi Essenziali del Disturbo Alimentare

Un primo elemento è che i soggetti con disturbo dell’alimentazione si sottopongono a innumerevoli regole alimentari specifiche, finalizzate a limitare la quantità di cibo ingerito: quando mangiare, cosa mangiare, numero di calorie da ingerire, ecc. 

Disturbi alimentari e perfezionismo

Alcuni pazienti si impongono un carico di esercizi fisici abnormi, che talvolta non sono in grado di sostenere. Tra i comportamenti definiti “di controllo” si rintracciano le condotte di eliminazione, tra cui il vomito auto-indotto e l’utilizzo di diuretici o lassativi.

Aderire al perfezionismo è uno dei temi più rilevanti di questa manifestazione di disagio. Consiste nella valutazione eccessiva dell’inseguimento e del raggiungimento di risultati prefissati (peso corporeo e aspetto fisico). 

Queste persone si giudicano ampiamente in virtù degli sforzi compiuti per raggiungere questi obiettivi. Se essi vengono raggiunti, porteranno a non considerare del tutto il risultato e alzare le finalità che si vorranno raggiungere. Se non verranno raggiunti, aumenterà il timore e la preoccupazione in se stessi.

Disturbi alimentari e autostima

L’intensità della bassa autostima spinge i pazienti a sforzarsi nel controllo della propria alimentazione al fine di raggiungere un definito valore personale, accentuando il meccanismo che sostiene il disturbo. L’eccessiva visione negativa che questi pazienti hanno di sé conduce a non cogliere una minima prospettiva di guarigione. Sono scoraggiati dalla vita e non nutrono speranza di risollevarsi ed emergere. 

La maggior parte di chi ha un disturbo alimentare ha difficoltà nelle proprie relazioni. Tuttavia, la vita interpersonale muta drasticamente in meglio una volta che si sono attenuati gli effetti del disturbo. 

Infine, il corpo assume una funzione rilevante: permette di regolare gli stati emotivi. Riuscire a raggiungere un certo peso, fa sentire meglio e in pace con il mondo. Le emozioni – con maggior probabilità quella negative – possono essere gestite attraverso il cibo. 

Nei disturbi alimentari, il rapporto con il cibo appare significativo, forte e contraddistingue un elemento di forte disagio.

 

Intervento Terapeutico

Data l’elevata complessità cui il disturbo alimentare può arrivare, è necessario intervenire tempestivamente al fine di individuare precocemente i fattori di rischio e fornire un intervento clinico opportuno. 

A seconda della valutazione iniziale e del livello di disagio riscontrato, l’intervento può orientarsi sul fronte medico-nutrizionale, psicologico e familiare. 

Dal punto di vista nutrizionale, è bene che sia monitorato l’Indice di Massa Corporeo e che non si superi una diminuzione pari al 25% del peso corporeo, poiché i rischi di scompenso metabolico sono elevatissimi. 

Sul fronte psicologico, invece, è probabile che chi sviluppa un disturbo nella sfera dell’alimentazione abbia forti difficoltà a dare la fiducia necessaria agli altri in maniera tale da raggiungere con loro una genuina intimità. Cercherà di mantenere, ad ogni costo, il controllo di se stesso e degli altri. Del resto, la perdita del controllo potrebbe significativamente minacciare l’autosufficienza e l’autonomia, aspetti così importanti per il funzionamento psicologico. 

Generare nuovi spazi di consapevolezza

Alla luce di questo, il lavoro psicologico va rivolto a generare maggiori spazi di consapevolezza circa i personali modi di entrare in relazione nel mondo. Per mezzo del processo terapeutico, in effetti, sarà possibile sperimentare nuovi livelli di sicurezza utili a modificare e trasformare le modalità con cui viviamo, sentiamo e sperimentiamo la quotidianità. Così facendo sarà possibile modulare e comunicare sentimenti che prima erano intollerabili e che venivano espressi attraverso il copro e le condotte alimentari disfunzionali.

Allargare alla famiglia

Allargare l’intervento al nucleo familiare, soprattutto di fronte alla sofferenza giovanile, rappresenta un passo necessario che aumenta l’efficacia e riduce le recidive. Permette di lavorare nella direzione di ampliare le strategie concrete di gestione del disagio, diminuisce lo stress familiare e permette di sviluppare strategie di regolazione emotiva condivise fra tutti i componenti della famiglia.

In ogni caso per ciascuno è diverso. Dopo i primi colloqui sarà possibile identificare un piano terapeutico che tenga conto delle necessità e dell’unicità della persona, cercando di comprendere così quali possano essere gli strumenti e i percorsi migliori per aiutarla.