Che cos’è il disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo

Solitamente bambini e adolescenti soffrono del disturbo evitante restrittivo dell’alimentazione. Ma non è raro incontrare anche adulti con caratteristiche simili.

Disturbo evitante restrittivo dell'assunzione di cibo

Il cibo potrebbe essere scansato per le sue caratteristiche sensoriali – colore, aroma, consistenza, ecc. – o per le possibili conseguenze negative che possono avverarsi nel mangiarlo (paure di soffocamento o per ripercussioni negative sul corpo).

Il non riuscire a soddisfare i propri bisogni nutrizionali ed energetici porta queste persone ad un eccessivo calo di peso; ad un significativo deficit nutrizionale; si costituisce spesso un disagio importante nella vita socio-relazionale; talvolta si è alle prese con l’uso di supplementi nutrizionali; in molti casi, infine, si sviluppa una sintomatologia secondaria invalidante (come ad esempio ansia, fobia e comportamenti generali di evitamento).

La significatività del deficit nutrizionale si basa su un attento esame clinico che comprende una valutazione dell’assunzione dietetica, esami fisici e di laboratorio.
L’impatto del disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo può essere simile a quello presente nell’anoressia nervosa.

Al di là dall’età di chi presenta il disturbo, esso può influenzare negativamente il funzionamento familiare, basti pensare allo stress vissuto al momento dei pasti o in altri contesti conviviali in cui sono presenti amici o parenti.

 

Epidemiologia del disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo

In genere, il disturbo insorge prima dei dieci anni, senza eccessive differenze tra maschi e femmine, ma può rendersi evidente dopo molti anni e in casi non rari può mantenersi anche nell’età adulta.
Nei bambini e negli adolescenti questo disagio si associa facilmente a sintomi piuttosto evidenti come ad esempio: ansia generalizzata, stati depressivi, ipercinesia e comportamenti di ritiro sociale.
La letteratura mostra come i pazienti che manifestano tale disturbo siano più giovani rispetto a pazienti cui è stata diagnostica anoressia nervosa e bulimia nervosa.
Sembrerebbe che il disturbo evitante restrittivo abbia maggior incidenza nei maschi.

 

Prima infanzia e ARFID (Avoidant/restrictive food intake disorder)

I bambini che presentano caratteristiche simili a questo disturbo possono apparire come irritabili e difficili da confortare durante la nutrizione, isolati e senza interessi. È probabile che una relazione poco armoniosa tra genitori e figli abbia un ruolo importante nella definizione del disturbo.

È di notevole importanza riconoscere i sintomi per tempo, fin dalla tenera età, al fine di supportare la crescita con un apporto alimentare adeguato. È dunque importante approfondire il clima relazionale in cui il bambino prima, e l’adolescente poi, crescono. In effetti è appurato che un sana relazione tra genitori-figli e rappresenti una ampio fattore di protezione per lo sviluppo.

In questo caso, quando un figlio inizia a sviluppare un rapporto malsano con il cibo, capita spesso che tutta la famiglia affronti questo evento con preoccupazione. L’alimentazione selettiva e il rifiuto del cibo possono generare un forte senso di disorientamento per i genitori. È bene, in questi casi, potersi dedicare del tempo e dello spazio per riflettere nel dettaglio circa le dinamiche in atto.

In particolare potrebbe emergere con facilità rabbia e conflittualità durante i pasti, poiché gli adulti avvertono un senso di frustrazione per i rifiuti continui del figlio verso l’alimentazione.
In altri casi, si genera senso di colpa, sia per le innumerevoli battaglie intraprese al momento di mangiare, sia perché è naturale iniziare a credere – sebbene non sia questa la ragione reale – che sia il proprio modo di cucinare a causare problemi.

 

I rischi per la salute

Gli effetti del disturbo da evitamento-restrizione dell’assunzione di cibo sono pressoché simili a quelli causati dalla malnutrizione tipica dell’anoressia, tra i quali alterazioni del battito cardiaco, anemia, scompensi metabolici e alterazione nella crescita.

Le complicanze potrebbe essere molto severe anche di fronte a questo disturbo.
Le difficoltà nell’alimentazione possono avere ripercussioni negative sul piano psicosociale, interferendo con la realizzazione di una vita sociale, professionale e affettiva sana.

Inoltre, se non si interviene prontamente, il disturbo da evitamento-restrizione dell’assunzione di cibo può avere ripercussioni severe nei confronti dei familiari e delle amicizie in generale.

 

Psicologia del disturbo Evitante Restrittivo dell’assunzione di cibo

La letteratura più recente ha evidenziato come l’alimentazione selettiva possa derivare da fattori interni alle dinamiche relazionali. Un stile genitoriale orientato a creare pressione intorno al mangiare potrebbe avere incidenza nello sviluppo del disturbo.

Anche caratteristiche del temperamento del bambino hanno effetti importanti: la presenza di livelli importanti di emozioni negative (come rabbia, nervosismo, umore triste). In particolare, lo stile con cui i genitori si relazionano con i propri figli appare determinante nel costituire un rapporto sufficientemente armonioso con il cibo.

È possibile affermare che il comportamento alimentare del bambino non possa essere una semplice omologazione alle pratiche della famiglia. In effetti il cibo potrebbe costituire un mezzo per comunicare stati di disagio come tristezza o tensione. È quindi importante che i genitori possano osservare e valutare lo stato emotivo del figlio.

Genitori attenti possono comprendere se si tratta di un comportamento transitorio legato a un momento di particolare stanchezza o fatica del figlio – solitamente nei passaggi evolutivi: ad esempio l’ingresso del bambino alle scuole, la nascita di un fratellino, nell’adolescenza o all’ingresso nel mondo universitario e nel mondo del lavoro – o qualcosa di più intenso che necessita una valutazione ed un eventuale intervento.

In questa direzione, è bene sottolineare che, data la fase evolutiva in cui solitamente hanno luogo questi disturbi inerenti l’alimentazione, sarebbe auspicabile lavorare nella direzione di risolvere prima che le abitudini alimentari disadattive si strutturino ed evolvano i disturbi alimentari conclamati.

 

Fattori relazionali

In conclusione, la cornice relazione che si struttura attorno al cibo assume un valore decisivo per superare tali difficoltà. È dunque importante scongiurare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Sarebbe opportuno riflettere su che tipo di interventi i genitori adottano a tavola nei confronti dei figli. Si sconsigliano interventi ricattatori – “Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare” –, oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo – “Sei non mangi, fai arrabbiare mamma e papà”.
Un primo passo consiste nel prendere consapevolezza del significato che nostro figlio vuole comunicare attraverso il rapporto che mostra con il cibo. In questo modo, potrebbe essere possibile individuare il bisogno soggiacente e rispondere su un piano diverso, maggiormente adattivo e più sano.

 

Disturbi spesso associati

Il disturbo selettivo/restrittivo dell’alimentazione, oltre a generarsi nella prima infanzia e protrarsi anche nella piena età adulta, sovente è associato a disturbi che possono creare disagio e limitare la vita quotidiana ulteriormente.
Tra questi possiamo trovare:

 

Come intervenire

Nella fase iniziale di valutazione si terrà conto della gravità del disturbo e della presenza di eventuali disturbi associati. Un’attenta anamnesi può aiutare nel comprendere come si è sviluppato il rapporto con il cibo e l’alimentazione in generale di chi presenta un disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo.

La letteratura ha più volte dimostrato come un intervento di tipo comportamentale sia l’approccio più funzionale nel ridurre il disturbo selettivo/restrittivo. Potrebbe essere utile proporre un automonitoraggio volto a migliorare il proprio comportamento alimentare.

Anche l’uso della Mindfulness potrebbe giovare per mitigare lo stato di tensione che accompagna talvolta l’alimentazione di chi presenta difficoltà di alimentazione di questo genere.